È il 9 settembre 2010.
Per la prima volta, il mio sguardo cade su questa citazione di Ernest Hemingway: “Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare”. Da quel momento, tutto cambia.
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Questa storia inizia pochi giorni prima, il 5 settembre 2010. Angelo Vassallo, amico e Sindaco di Pollica conosciuto da tutti come il “Sindaco Pescatore”, viene brutalmente assassinato con 9 colpi di pistola, di sera, mentre si trova sulla strada per tornare a casa.
Per Pollica è il buio.
La comunità viene presa dallo sgomento per quanto accaduto, e dallo smarrimento per il futuro. Perché Angelo è morto? Chi ha compiuto un atto del genere?
Anche in me, rapidamente, si affollano sensazioni intense e contrastanti: al senso del dovere si accompagna la volontà di voler difendere contro tutto e tutti la propria terra e le proprie idee, alla logica e alla razionalità si associa l’incoscienza di volerlo fare con qualunque mezzo. Dalla notte del 6 settembre, quando mi avvisano del ritrovamento del corpo di Angelo, è come se venissi scaraventato violentemente in una realtà parallela. Resto con lo stesso jeans e la stessa camicia per tre giorni, e anche il tempo prende a scorrere con una velocità diversa. È come viaggiare a fari spenti nella notte, mi ritroverò a dire spesso.
È accaduto l’inimmaginabile, e Angelo non c’è più.
E mentre la comunità di Pollica – e io con lei – vive questo profondo dolore, il nostro Comune viene invaso dal circo mediatico e politico. Quanto opportunismo, quante illazioni, quanta falsa solidarietà hanno violato la nostra terra in quei giorni! Ma, per fortuna, accanto ai funamboli della scena pubblica e agli ambiziosi senza scrupoli, c’è anche la grande onda delle persone semplici, dei tanti sindaci e amministratori che, con sincerità, testimoniano la loro vicinanza e il loro amore verso Angelo e la nostra terra.
Il calore di quell’abbraccio, lo sento ancora.
Così come, sento ancora forte l’emozione di quando, forse l’8 settembre, mia moglie Stefania mi raggiunge a Pollica e, con lei, porta anche la notizia di una gioia inattesa ed immensa: da lì a maggio, sarebbe nata Francesca, mia figlia.
È una boccata d’ossigeno, la luce torna a farsi strada.
Lo prendo come un segno, come un messaggio sul mio futuro: basta Pollica, basta Politica. Tutto ciò a cui avevo dedicato ogni istante della mia vita fino ad allora era morto con Angelo, finito da 9 colpi di pistola, ridotto a brandelli da un delitto senza nomi. Avrei fatto altro, il mio obiettivo da quel momento sarebbe stato custodire e proteggere la mia famiglia, far crescere in serenità Federico e Francesca, i miei figli.
Ero convinto sarebbe andata così.
Il 9 di settembre, a sera inoltrata e decisione presa, entro nei locali che ospitano il Circolo Nautico. Sono stanco, sconfitto, amareggiato.
Voglio solo un po’ di tranquillità, voglio alleggerire la tensione di quelle interminabili giornate.
Molto tempo prima, quel locale era stata la bottega di un pescatore, “U’ Viecchio”, come lo chiamavamo ad Acciaroli. In realtà, il suo vero nome era Antonio Masarone e, vecchio non lo era per niente. I suoi capelli però si erano imbiancati fin troppo presto, facendo guadagnare al loro proprietario quell’ingiusto soprannome. Un soprannome che, ad ogni modo, aveva fatto molta strada: pare infatti che Antonio fosse stato l’ispiratore di Ernest Hemingway per il suo “Il Vecchio e il Mare”. Almeno Angelo ne era profondamente convinto.
Entro in quel locale, a bordo strada e quindi vicinissimo al mare, e di fronte a me trovo questa frase: “Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare”.
Mi fa uno strano effetto, quasi mi turba.
Mi scrollo di dosso questa sensazione, e inizio a chiacchierare con gli amici storici di Angelo. Immaginiamo cosa accadrà a Pollica, cosa sarà necessario fare per proteggerla, chi dovrà farlo e di quanto aiuto avrà bisogno. Dico loro che sto pensando di cambiare vita, di andarmene. Mi dicono di non fermarmi, di non aver paura: con me, al mio fianco, ci saranno sempre loro.
Non mi convincono, ma penso subito a Federico e a quella bambina che non è ancora nata, Francesca. Penso al futuro, a cosa ne sarebbe stato della mia terra, a cosa sarebbe accaduto se tutto fosse finito con la morte di Angelo.
E allora decido.
Lasciando da parte l’egoismo di una vita più tranquilla, la serenità di una famiglia unita.
Decido di provarci.
Provare a cambiare le cose, provare a realizzare il sogno di una terra accogliente e felice in cui tornare e non da cui scappare. Provare a costruire un futuro in cui i miei figli, anche solo passando da quelle parti, avrebbero potuto conoscere il lavoro e l’amore di un padre.
Decido che è vero, e vale anche per me: il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare.